Qui Iraq

Un’ondata di atrocità accresce lo spettro di un ritorno al caos settario. Baghdad è stata scossa brutalmente questa settimana, quando una dozzina di Cristiani sono morti in una Chiesa al centro della città. A questo attentato, ha fatto seguito due giorni più tardi, una spirale di almeno 14 autobombe, esplose nella parte sciita della capitale, con più di 100 vittime.

Queste atrocità, si presume siano state commesse da gruppi Sunniti legati ad Al – Qaeda.  Dall’elezioni inconcludenti  di marzo, dopo 8 mesi di brutali lotte politiche, le tensioni restano alte. Lo sforzo, del nascente servizio di sicurezza iracheno e delle fragili istituzioni, ancora in allestimento, è evidente ma non basta. Fin dall’abbandono dei Marines, avvenuto in agosto salutato da più di 20 autobombe esplose simultaneamente attraverso tutto il paese, la situazione non è molto cambiata. Al – Qaeda sembra rigenerata dopo che all’inizio di quest’anno i maggiori leaders furono catturati o uccisi.

I comandanti americani, visti i risultati, rassicuravano che gli assalti cadranno al “minimo irriducibile”.La realtà sembra smentirli. In una settimana due attacchi su larga scala e un altro a Dyala, provincia dove gli sciiti e sunniti convivono, costato la vita a 25 persone, sono segnali preoccupanti di un potenziale ritorno alla violenza settaria.

Nonostante i 400,000 uomini delle forse di sicurezza irachene e la presenza di un nutrito servizio d’intelligence sotto l’egida degli USA, la violenza, seppur in misura minore di prima del 2007, cresce.Le cause sono molteplici dalla mancanza di un Governo, Fazioni interne all’esercito, leali a differenti leader politici o a uomini di Governo, rendono difficili le visioni comuni su come affrontare i problemi legati alla sicurezza dello Stato.

Stesso problema si pone per il servizio d’intelligence del contro – terrorismo, ancora frammentario con i diversi rami dello stesso riluttanti a condividere le informazioni tra loro. Altro problema è legato al servizio d’intelligence americana.

La CIA, sebbene presente nel paese, ha spostato i suoi uomini migliori e unità in Afghanistan creando una mancanza di supporto logistico al servizio iracheno. Una questione da affrontare, è la partecipazione dei Sunniti nelle scelte strategiche di lotta, contro la violenza religiosa. Ancora non adeguatamente integrati nelle forse irachene, le fazioni sunnite, molto importanti nei periodi precedenti il 2007, dove la violenza era molto più intensa, svolto il loro compito di “calmiere” si sentono ora marginalizzati e non più essenziali.

La crisi economica e il crollo del prezzo del greggio, hanno ridimensionato il budget spendibile per la sicurezza dello Stato, con evidenti carenze nell’organico e nei mezzi. Altro fattore è la duratura crisi politica. L’Iraq è senza un governo stabile dalle elezioni di marzo. Nuri Al – Maliki, leader della coalizione sciita, ancora sta cercando di costruire una coalizione di Governo. Come lui anche il suo avversario, il sunnita Iyad Allawi.

L’ago della bilancia sono diventati i curdi iracheni. Il peso determinante, ha dato forza alle loro istanze che appaiono troppo esigenti e non accontentabili. Gli sciiti di Al – Maliki pertanto, non essendo disposti a cedere, valutano altre alleanze, spingendosi fino a chiedere l’appoggio ai sostenitori di Al –Sadr, sciiti anche loro, ma vicini all’Iran fondamentalista. Iyad Allawi, non pensa a coalizioni con i curdi, attende l’esito delle votazioni per lo speaker del Parlamento che daranno un’impronta più precisa alle forze in campo.

Il compito è arduo nessuno scommette su nessuno. L’impasse rischia di riaccendere la miccia della violenza. Il perdurare della situazione o il fallimento di Al – Maliki, l’unico in grado di trovare un compromesso con la minoranza sunnita, potrebbe scatenare di nuovo le atrocità di queste ultime settimane e un ritorno al passato, da scongiurare.

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Autore dell'articolo: Gianlu Pox