Lago Ciad. Povertà e Guerra Santa

Poche cose sono preziose sul Pianeta Terra quanto il lago Ciad. Uno specchio d’acqua e di vegetazione che si distende ai margini della savana arida africana all’incrocio di quattro Stati: Nigeria, Niger, Camerun e appunto il Ciad da cui prende il nome.

Dal 1962, le acque si sono abbassate di 4 metri riducendo la superficie del 90%. Dal lago Ciad dipendono i fabbisogni idrici di 30 milioni di persone. Le speranze di pace e di sviluppo per questa parte del continente africano sono riposte in questa preziosa risorsa.

La regione negli ultimi anni è stata percorsa da numerose crisi politiche con conseguente aumento della povertà. Colpi di Stato in Niger e Centrafrica, violenze in Nigeria, tensioni post – elettorali in Camerun, operazioni militari in Ciad, non hanno fatto che aggravare le condizioni di questo morente nevralgico bacino africano.

Se il lago Ciad divenisse come il lago d’Aral, in altre parole se scomparisse, non farebbe altro che acuire l’instabilità.

La diffusione del gruppo terrorista Boko Haram nello Stato di Borno in Nigeria (sud – est del lago Ciad) ha alterato ancor più il fragile equilibrio della regione.

L’insorti di Boko Haram (letteralmente significa educazione Occidentale è proibita) ha scosso l’opinione pubblica mondiale per il connubio tra gesta violente e fanatismo religioso dispiegate nel Nord del più grande popoloso Stato africano.

Boko Haram, come amuleto del Male musulmano sunnita, era probabilmente conosciuto alla Comunità internazionale prima dell’irrompere sul tragico teatro iracheno dell’impenitente ISIS – Stato Islamico dell’Iraq e della Siria.

#BringBackOurGirls, il famoso hashtag lanciato dal presidente USA Obama, non ha sortito l’effetto sperato della liberazione delle 200 giovani donne sequestrate dal gruppo integralista religioso nell’aprile 2014, ma ha portato all’attenzione mondiale il terrorismo di Boko Haram.

Le TV satellitari hanno mostrato agli autoctoni del lago Ciad, le inquietanti immagini delle atrocità compiute dall’ ISIS in Iraq. I molti parallelismi terrorizzano ed è facile immaginare quando sarà il turno degli insorti di Boko Haram di regnare su questo territorio senza frontiere.

La Nigeria si oppone manu militari al feroce nemico interno, ma con scarso successo. Il gruppo è ormai diventato transfrontaliero e minaccia soprattutto il vicino Camerun. Quest’ultimo condivide un confine non riconosciuto di 2.100 Km con il gigante vicino che sta diventando sempre più terra di nessuno. Anche un campo di lavoratori cinesi è stato attaccato con decine di operai presi in ostaggio.

La guerra civile confessionale nella Repubblica Centrafricana del 2014, “sedata” molto maldestramente dalle truppe francesi, ha spinto centinaia di migliaia di profughi oltre frontiera in Camerun e Ciad.

Il vivido ricordo della città di Goma nella Repubblica democratica del Congo, divenuta campo profughi transfrontaliero e  detonatore del genocidio ruandese e della guerra civile congolese, rimane impresso negli occhi degli osservatori internazionali.

Potrebbe essere facile per Boko Haram continuare ad iniziare nuovi adepti facendo leva sulla povertà e disperazione degli sfollati centrafricani.

Le preoccupazioni vertano anche su altri possibili legami. Le varie postazioni di Al – Qaeda e Stato Islamico in Libia e Somalia potrebbero unirsi nella lotta contro gli Infedeli.

Le fragili frontiere tracciate dalle potenze coloniali non sono altro che dei solchi sulla terra. Vagabondare senza controllo da uno Stato rivierasco all’altro del lago Ciad  è molto semplice. La gente confida sull’appartenza religiosa e etnica degli abitanti intorno al lago piuttosto che su delle frontiere senza nazioni – spiega Habib Yaba, politico ciadiano da Massakory.

Parafrasando Yaba, potrebbe risultare molto difficile contrastare l’espandersi di Boko Haram visto che è un “prodotto” del lago Ciad.

Povertà e Guerra Santa potrebbero distruggere definitivamente questo prezioso gioiello africano.

L’acqua è vita pertanto usatela con parsimonia.

Foto credit by www.thestar.com

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Autore dell'articolo: Gianlu Pox