La Siria e il deserto

La Siria, provincia dell’Impero romano d’Oriente diventa, dopo la sua caduta, parte integrante dell’Impero Ottomano (1517). Con il frazionamento dello stesso a seguito della sconfitta nella Prima guerra Mondiale, la Siria diventa tra le due guerre un protettorato francese .

Indipendente dopo la fine della Seconda,  cronicamente instabile a seguito dei numerosi scontri etnici viene sconfitta nel primo conflitto arabo israeliano del 1948  – 1949. L’ingerenza dei militari e della componente panaraba diventa sempre più forte e nel 1958 con l’Egitto di Nasser si crea la RAU (Repubblica Araba Unita).

Nel 1961 la RAU viene sciolta e la Siria dopo due anni di grande instabilità politica subisce il colpo di Stato del Partito Nazionalista di ispirazione socialista Ba’th. Nel 1967 persa le guerra dei sei giorni con Israele la Siria subisce l’occupazione delle Alture del Golan.

Nel 1970 è il turno del colpo di stato del Generale ba’thista Hafiz al Assad. Nel 1973 la Siria partecipa alla guerra dello Yomm Kippur contro Israele e, senza riconquistare il Golan, due anni dopo diventa il “protettore” del Libano intervenendo nella guerra civile in corso in quel paese. Le truppe siriane resteranno in Libano fino al 2005.

Il clan degli Alawiti, fazione degli Sciiti, di cui il Generale Assad è il maggior esponente compie una pesante repressione nel 1982 contro la minoranza sunnita e curda soprattutto nella città di Hama. Sostenitore dell’Iran nella guerra contro l’ Iraq (1980 – 1988) e partecipante alla spedizione nella prima guerra del Golfo (1991),  diventa vittima delle sanzioni di Washington nei primi anni 2000 perché paese sostenitore del terrorismo internazionale.

Dal 2000 la Siria è guidata dal figlio di Hafiz, Bashar Assad. Se pensiamo anche al tempo in carica del padre, la Siria è guidata dalla stessa famiglia da circa 41 anni…

Il tempo sta per finire e sembra che i leader arabi stanno desertificando il regime siriano di Bashar Assad. Fin dall’inizio delle rivolte popolari contro la sua classe dirigente scoppiate 5 mesi, il Presidente della Siria Bashar Assad ha risposto con un mix di promesse di riforme e brutale repressione. Durante questo mese di Ramadan, periodo sacro per l’Islam ha virato perfino verso una più forte e tenace repressione.

Con una roboante campagna di assalti alle città ribelli agli inizi d’agosto, gli uomini di Assad hanno aggiunto alle già 1.500 vittime altre 300. La forza bruta del Regime ha cacciato i manifestanti  disarmati  dentro le grandi città tali come Hama e Deir ez – Zor, li ha tenuti asserragliati per poco tempo e come un copione che si ripete da marzo appena le truppe governative lasciano, la protesta si riaccende più forte di prima.

Questo modo di operare del regime sempre pronto a reprimere nel sangue ogni dissenso e sempre pronto a smentire ogni apertura di dialogo ha portato il Presidente Assad al più grande isolamento di sempre.

Sebbene i Paesi vicini della Siria in silenzio hanno riflettuto che la caduta del regime fosse più traumatica che la sua sopravvivenza, questi cinque mesi hanno fatto cambiare idea anche ai più stretti alleati di Assad.

La Turchia in primis che condivide con la Siria una frontiera di circa 850 Km e che ha coltivato legami con Assad per dissuadere Damasco a supportare il PKK il partito dei lavoratori Curdi, ha affermato per bocca del suo Primo Ministro Recep Tayypp Erdogan che la sua pazienza si sta esaurendo. La Turchia chiede riforme immediate e di spingere fuori dalle città assediate le truppe governative.

L’Arabia Saudita sebbene considera la Siria di Assad una minaccia più indiscreta del Regime sciita iraniano, King Abdullah ha severamente condannato la “Syria’s killing machine” contro la popolazione Sunnita e ritirato il proprio ambasciatore da Damasco seguito dagli altri ambasciatori delle altre monarchie del Golfo.

La Lega Araba ha rotto il silenzio e espresso viva preoccupazione per la morte di molti civili durante questi cinque mesi di repressione.

Il Ministro degli Esteri  egiziani avverte Assad che sta arrivando in un punto di non ritorno. La Cina e la Russia stanno muovendosi su posizioni più Occidentali e probabilmente potrebbero sciogliere il veto del Consiglio di Sicurezza su sanzioni e possibili azioni.

Mentre il conflitto libico sembra giunto al suo epilogo niente si muove sul fronte orientale e sia gli Stati Uniti che l’Unione Europea non pensano all’opzione militare per rimuovere Assad. La Siria non è la Libia, sia per connotazione geografica e orografica sia per la densità di popolazione. Il clima sta diventando incandescente e il deserto intorno alla Siria si sta espandendo.

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Autore dell'articolo: Gianlu Pox