La Libanizzazione della Siria e la lezione di Ginevra

Quando un uomo pragmatico e paziente come l’inviato speciale delle Nazioni Unite per la Siria Lakhdar Brahimi, appare prossimo alla disperazione, è il segno di come le cose in quel paese del Medio Oriente stanno realmente andando.

Nessuno nutriva grandi speranze che i colloqui di pace di Ginevra potessero assurgersi a successo politico per la fine della guerra civile siriana. Ma quando la sessione di Ginevra II è caduta nell’oblio lo scorso 15 febbraio senza nessun nuovo appuntamento diplomatico all’orizzonte, l’oscurità inesorabilmente risulta visibile e palpabile.

Il rifiuto del regime di Assad di entrare nella discussione di un possibile governo di transizione, come chiedono i ribelli e l’Occidente, converge la sua forza con il supporto della Russia verso tale intransigenza.

Il muro contro muro della lezione di Ginevra mostra tutta la complessità geopolitica della questione. Con l’Iran e la Russia alle sue spalle e con divise e deprecabili forze di opposizione ad affrontarlo, Bashar Assad è convinto che può sopravvivere. Inoltre, il ritardo nella consegna delle armi chimiche è un’azione di eccellente qualità diplomatica. Se tali armi finissero nelle mani sbagliate una volta che lui stesso lasciasse il potere sarebbe peggio che tenerle tra le sue. Ritardare, è la sostanza congelante dell’essenzialità di Assad nella dura partita della pace.

Un Occidente in stato confusionale, appare molto meno tentato di tracciare la linea dell’attacco militare di quanto lo fosse qualche mese fa. Un collettivo diplomatico composto ormai da emissari di soli 11 Stati, chiamato Amici della Siria (quando fu formato contava 88 Stati), riunito a Washington dal segretario di Stato americano John Kerry all’indomani del fallimento dei colloqui, ha riconosciuto che la diplomazia è inutile finché Assad  confida nell’esito favorevole della contesa militare con i ribelli.

Pertanto, se nessuno interviene ecco che rispunta l’opzione di incrementare l’aiuto letale alle opposizioni del regime di Bashar Assad per sovrastarlo militarmente. La discussione degli Amici della Siria, come illustrato dal settimanale britannico The Economist, verte sulla possibilità di dotare i ribelli di armamenti pesanti compresi i missili anti – aerei MANPADS capaci di abbattere gli elicotteri di fabbricazione russa in mano al regime.

La paura maggiore resta la stessa e cioè che questi armamenti pesanti finiscano nelle mani di chissà quale gruppo di ribelli legato ad Al – Qaeda o ad altri movimenti estremisti non in linea con gli “standard qualitativi” occidentali.

L’Esercito Libero Siriano, principale interlocutore militare dell’Occidente, nel tentativo di persuadere gli Amici della Siria che sarà saggio ed efficiente nella distribuzione di questi eventuali fatali armamenti, ha rimpiazzato il suo capo, il Generale Salim Idriss a causa dei suoi fallimenti di unire le forse ribelli. Ma tale opulenza sembra essere difficile da prevedere.

La cartina del conflitto della rubrica i Tracciati Internazionali:

Intanto dall’inizio dei colloqui di pace fino alla loro conclusione, il conflitto ha prodotto ulteriori 5.000 vittime (135.000 circa il totale dall’inizio del conflitto), metà delle città sono in rovina e la carenza di cibo e medicinali affligge oramai una buona parte della popolazione. I presunti amici o nemici internazionali della Siria sembrano essere uniti nella comune intenzione di  fare macerie di una nazione.

Lo stallo della guerra civile sembra evidenziare il sintomo della Libanizzazione del conflitto siriano. Il Libano da molti è considerato una provincia della Siria, data la sua vicinanza e la sua varietà etnica. Questo piccolo Stato, un quinto della popolazione della Siria, è stato teatro di una guerra civile che ha flagellato quel paese per 15 anni dal 1975 al 1990, città per città, quartiere per quartiere, lasciando sul terreno circa 150.000 morti.

Le ragioni del conflitto erano da ricercare nelle differenze settario – religiose di cui è composto il paese e con ognuna delle parti in conflitto con uno sponsor internazionale alle sue spalle. In Libano erano Israele, il mondo Arabo e la Siria mentre in Siria, sono l’ Occidente e parte del mondo arabo sunnita pro – ribelli contro Iran, Russia, Iraq e Hezbollah (il gruppo politico sciita libanese) al supporto del regime di Bashar Assad.

Il Libano come la Siria era corroso da una guerra interna settaria difficile da pacificare dall’esterno. Da qui le molte analogie con la situazione siriana del dopo colloqui di pace di Ginevra.

Solo che il Pianeta Terra non può permettersi 15 anni di guerra civile in Siria prima di pacificarla.

Interessante sito sul fronte siriano:

Syrian Freedom

Video BBC sugli aiuti umanitari:

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Autore dell'articolo: Gianlu Pox