Una Bomba ad Orologeria chiamata Burundi

L’Europa è molto distante dal Burundi che è un piccolo Stato africano poco più grande del Piemonte dove vivono circa 10 milioni di persone. Il Burundi ha un gemello che si chiama Ruanda con cui ha intrecciato la sua storia negli ultimi decenni. Entrambi hanno due etnie, una maggioritaria, gli Hutu e una minoritaria, i Tutsi, che sono stati responsabili di massacri etnici nel 1959, 1963, 1972, 1988,1993 e 1994.

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Questi crimini contro l’umanità perpetrati spesso a colpi di macete, non sono stati, come molti pensano, spontanee esplosioni di odio tribale. Sono invece il frutto di disegni politici di coloro che detengono il potere deliberatamente infiammato le divisioni etniche.

Quando il presidente del Senato appartenente agli Hutu dice che è arrivato il tempo di “polverizzare e sterminare” i ribelli che sono “buoni solo per morire”, quando invita a “schiacciare gli scarafaggi” e suggerisce di “cominciare il lavoro”, il Pianeta deve stare vigile. Il genocidio ruandese del 1994, in cui persero la vita mezzo milione di Tutsi fu meticolosamente pianificato da ufficiali dell’esercito e politici Hutu.

Quest’ultimi progettarono le violenze per evitare di condividere il potere con i ribelli Tutsi dopo l’accordo di pace che pose fine alla guerra civile. Crearono una milizia, misero in moto la propaganda del genocidio e importarono centinaia di migliaia di macete in anticipo. Il resto del mondo ebbe notizie degli eventi solo quando fu troppo tardi. Il genocidio fini solo quando un esercito di Tutsi guidati da Paul Kagame, l’attuale presidente del Ruanda riuscì a fermare le violenze.

Oggi, in Burundi, molti possono udire gli echi del 1994. Dopo il colpo di Stato sventato contro il presidente Nkuruziza dello scorso aprile (leggi l’articolo: Il Buono, il Brutto o il Cattivo? Il Colpo di Stato in Burundi) le ciottolose strade della capitale Bujumbura sulle rive del lago Tanganica diventano deserte con l’oscurità e l’unico rumore sono i colpi delle pistole.

Negli ultimi mesi la repressione ha serrato le fila e la giovane milizia di Nkurunziza terrorizza i suo opponenti, molti dei quali sono Tutsi. Centinaia, forse migliaia di persone, in maggioranza uomini sono scomparsi. La tortura sta dilagando. Circa 250.000 persone sono fuggite dalle proprie case. L’economia sta collassando.

I Tutsi hanno molto di cui essere impauriti. Sono stati lentamente allontanati dall’esercito. Sulla radio, è possibile ascoltare una retorica assassina sulla scia di quella che precedette il genocidio ruandese. Come nel caso del Ruanda, anche qui il governo si sente sotto assedio. Alcuni dei suoi membri sono stati assassinati, e i ribelli hanno lanciato attacchi dai campi profughi dei paesi vicini.

Non è ancora chiaro il profilarsi del genocidio, ma occorre prendere precauzioni. La storia mostra che le calamità possono arrivare molto velocemente: l’ultimo genocidio in Ruanda bastarono 100 giorni. Il conflitto può anche diffondersi oltre frontiera come avvenne per la successiva guerra in Congo.

Cosa fare per disinnescare la bomba ad orologeria Burundi? L’Unione Europea sta tagliando gli aiuti al governo, ma Nkurunziza ha semplicemente reindirizzato la spesa della sanità e dell’educazione verso le forze armate, lasciando all’ONU e alle ONG il compito di badare ai bambini e di curare i malati. L’Unione Africana considerava di inviare 5.000 soldati, ma è ritornata sui suoi passi dopo il rifiuto del Burundi. L’ONU ha suggerito l’invio di forze di peacekeeping ma non ha fatto seguire i fatti alle parole.

Un’ipotesi realistica è quella di Sanzioni più mirate con cui colpire la figura del presidente e se la situazione precipitasse, la comunità internazionale dovrebbe essere pronta a spedire le truppe, sotto l’egida dell’Unione Africana o delle Nazioni Unite. Ci sono 19.000 caschi blu proprio al di là della frontiera nella Repubblica democratica del Congo (RDC). Dovrebbero essere preparati ad attraversare il confine così da fungere  come elemento determinate con cui fermare l’avanzata della violenza.

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Autore dell'articolo: Gianlu Pox