Eritrea. Lo Stato Prigione

L’Eritrea è uno Stato che riduce in schiavitù il proprio popolo. Un paese indipendente dal 1993 che fin dalla sua nascita ha praticamente vissuto una paranoia sui propri confini.

L’ex colonia italiana si è staccata dall’Etiopia a cui ha sempre recriminato, fino allo scorso luglio, la revisione dei confini lo storico incontro tra i due capi di Stato ha di fatto terminato la situazione di stallo che perdurava dagli accordi di Algeri del 2000.

L’Eritrea ha anche provato ad invadere il piccolo Stato di Gibuti dieci anni dopo sempre per questioni di confine. Questo clima di guerra latente ha creato un paese militare. I giovani sopra i 14 anni sono chiamati al servizio di leva o ai servizi di pubblica utilità che l’ex presidente Isaias Afwerki aveva inizialmente previsto per 18 mesi nel tentativo di creare una parvenza di identità nazionale.

Nel 2002 il governo ha reso questo termine indefinito. Avete capito bene. Un cittadino eritreo o una cittadina eritrea potrebbero iniziare il servizio militare o il “servizio civile” a 14 anni e non finirlo mai. In poche parole, diventano degli schiavi dello Stato.

Un barista di Asmara scherzandoci su con un giornalista del The Economist, afferma “noi tutti sappiamo maneggiare una pistola”. La coscrizione obbligatoria costringe il popolo ai lavori forzati. Insegnanti, giornalisti, contabili o staff degli hotel possono essere obbligati a questa vita. Un rapporto delle Nazioni Unite denuncia stupri seriali da parte degli ufficiali alle donne in servizio e schiavitù di massa da parte delle istituzioni governative.

Un vero e proprio Stato prigione dove non esiste dissenso, non esistono banche estere  e non esistono investimenti esteri. I passaporti e i permessi per uscire dal paese sono dati con il contagocce. Un feudalesimo moderno capitanato da un partito unico , dittatoriale, senza opposizioni politiche interne, senza libertà di stampa e senza chiari segnali democratici.

Un viaggio da Asmara alle coste libiche per tentare la traversata nel Mediterraneo, potrebbe durare mesi, rischiando la vita numerosissime volte attraverso paesi nemici come l’Etiopia, oppure calpestatori dei diritti umani come il Sudan o in preda all’anarchia come la Libia.

Un italiano tenterebbe il suicidio dopo due giorni se fosse catapultato in Eritrea. Un eritreo, per fortuna ottiene l’asilo politico nell’80% dei casi. Negare l’accesso ad una nave carica di migranti provenienti da quel paese è veramente un atto di pura ignoranza geopolitica.

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Autore dell'articolo: Gianlu Pox