Costa d’Avorio, un altro grande test per l’Africa

Per più di tre decenni la Costa d’Avorio è stata considerata come il brillante gioiello dell’Africa occidentale, cuore pulsante dell’economia della regione. Paesi come il Ghana e la Nigeria sottoposti a malgoverno e caduti nella penuria, invidiavano la stabilità e la ricchezza crescente degli ivoriani.

Sotto un benevolo e astuto autocrate, Félix Houphouet – Boigny, che guidò lo stato dall’indipendenza dalla Francia avvenuta nel 1960 fino alla sua morte nel 1993, il piccolo stato africano conobbe prosperità sebbene con un nutrito gruppo di tecnocrati francesi dietro le scene a tenere le briglie del despota illuminato che non uscisse troppo dall’orbita transalpina.

Alla partenza a miglior vita del vecchio saggio, la Costa d’Avorio cadde nel caos e nelle divisioni etniche. Nonostante fosse il più grande esportatore di cacao al mondo, l’economia entrò in depressione e nel 2002 scoppiò la guerra civile.

Un despota populista, Laurent Gbagbo, raggiunse il potere e il gioiello oramai spento divenne uno squallido ciondolo. Nel 2007 un accordo stipulato, con la mediazione dei paesi vicini e con il contributo dell’Unione Africana, riportava il paese in un’ottica più o meno democratica sancendo la necessità di nuove elezione che vennero più volte rimandate.

Finalmente, lo scorso 28 novembre il secondo turno sentenziò la presunta uscita di scena di Gbagbo, sudista, con una sconfitta di otto punti percentuali contro il suo rivale, nordista, Alassane Ouattara. L’Unione Africana, le Nazioni Unite, la Comunità Economica dell’Africa occidentale come anche gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno confermato i risultati elettorali, solo la Russia, avendo accordi con Gbagbo riguardanti piattaforme off – shore, li ha contestati.

Gbagbo sostenuto dal suo esercito ha rifiutato di andarsene e la Costa d’Avorio è di nuovo sull’orlo della guerra civile.

Un trend ormai in ascesa di Presidenti (o dittatori) sconfitti dalle urne che non si muovono, come nello Zimbawe, in Kenia, un anno fa in Madagascar, facendo piombare nel caos l’intero paese. L’unica istituzione in grado di impedire tutto questo di portare soluzioni ai problemi democratici dell’Africa è l’Unione Africana.

Gli Stati Uniti e l’Unione Europea dovrebbero supportare e accrescere il ruolo finora troppo debole di questa organizzazione, tanto da avallare i recenti colpi di stato effettuati, trovando soluzioni compromissorie per placare le tensioni, ma lontane dal verdetto delle urne.

Gli Stati Uniti e l’Europa con i loro interessi strategici e con le loro obbligazioni morali dovrebbero essere pronti con i loro soldi,la loro diplomazia e i loro peacekeepers ad affrontare i problemi dell’Africa. In Costa d’Avorio ci sono 10,000 caschi blu delle Nazioni Unite con un mandato troppo debole per far fronte alle necessità generate dalla situazione attuale.

L’ideale sarebbe responsabilizzare gli africani, come in Somalia dove truppe ruandesi, congolesi e del burundi agiscono con un mandato forte in nome delle Nazioni Unite. Dare potere ai mandati, controllo e supporto, non far sì che l’Unione africana possa indietreggiare nelle scelte.

Gli africani non devono permettere ancora questo e devono forzare loro stessi Gbagbo ad andarsene. La democrazia va conquistata senza compromessi.

 

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Autore dell'articolo: Gianlu Pox