I Want You! Piccolo Bianco Declassato. Trumpismo e Razzismo dell’Intelligenza

La vittoria di Trump ha certificato la disfatta dell’Intellighenzia. Frederic Beigbeder, ex pubblicitario diventato poi scrittore e giornalista, apostrofava con disarmante lucidità la situazione dell’immediato post- elezioni statunitensi:

“Una settimana fa spiegavo, con tutta la sicurezza degli ignari, che Donald Trump avrebbe perso le elezioni presidenziali americane (…) Nessun intellettuale è riuscito a scrivere nulla che impedisse la sua vittoria (…) Il governo del popolo per il popolo è l’unico sistema nel quale mi va di vivere, ma in realtà conosco il popolo? Vivo a Parigi, qui mi trovo a Ginevra; frequento scrittori, giornalisti e cineasti. Vivo completamente slegato dai problemi della gente. Non si tratta di un’autocritica, è una mera constatazione sociologica. Viaggio molto, ma incontro solo persone interessate alla cultura – una minoranza di intellettuali i quali non rappresentano la rivolta profonda del paese” 

Da France Inter – 10 novembre 2016

Jason Brennan sempre, il 10 novembre dalle pagine di Foreign Policy in un articolo dal titolo abbastanza esplicito: “Trump ha vinto perchè i suoi elettori sono ignoranti, letteralmente” sosteneva come “la notte scorsa abbiamo vissuto qualcosa di storico: il ballo degli asini. Mai prima d’ora le persone istruite avevano rifiutato tanto compattamente un candidato. E mai prima d’ora le persone meno istruite ne avevano appoggiato tanto compattamente un altro”

La terrificante assenza di conoscenze da parte della maggioranza degli elettori ne squalifica le scelte: “Generalmente, sanno chi è il presidente e nient’altro. Ignorano quale partito controlla il congresso, e quello che il congresso ha fatto di recente, e se l’economia va bene o male”.

Insomma, se l’informazione, l’istruzione e l’intelligenza avessero vinto l’8 novembre, un uomo grossolano e poco interessato ad istruirsi come Trump, “il cui programma, ostile al commercio internazionale e all’immigrazione, si oppone alle concordanti convinzioni degli economisti di destra, centro e sinistra”, non sarebbe sul punto di lasciare il suo appartamento su tre piani per la stanza ovale delle Casa Bianca. Del resto, durante un incontro, il miliardario ha esclamato: “Mi piacciono le persone poco istruite.”

Il cambiamento prodotto dalla deregolamentazione di Ronald Reagan del 1987 dei mezzi d’informazione e l’avanzamento tecnologico imperante sono stati a mio avviso l’acceleratore del ballo degli asini a stelle e strisce.

Prima del 1987, l’americano traeva informazione dai tre maggiori network televisivi: Abc, Cbs e Nbc. Era il tempo in cui regnava la fairness doctrine, la dottrina dell’equilibrio, dove le radio e le televisioni erano tenute a mostrarsi “oneste, eque e imparziali” e a riferire i diversi punti di vista.  Nel 1996, con l’entrata nel mercato di Fox news avviene il punto di svolta. Gli scandali diventano il pane di questa catena televisiva a partire da Monica Lewinsky e la battaglia per la destituzione del presidente.

L’informazione scandalistica inizia così ad insinuarsi prepotentemente all’interno dell’opinione pubblica statunitense. Stephen Bannon, il guru della campagna elettorale di Donald Trump, diventa una figura di punta di questi media che fanno del sensazionalismo, dei commentatori ad effetto e del martellamento su tematiche reazionarie, il loro sistema di notizie.

Bannon viene descritto come il “Leni Reifenstahl del Tea Party” dal suo stesso editore della rete Breitbart News. Il diretto interessato preferisce paragonarsi a Lenin: “Voleva distruggere lo Stato, e questo è anche il mio obiettivo. Voglio radere al suolo l’establishment, cioè il Partito democratico, il Partito Repubblicano e la stampa conservatrice tradizionale” (NYT, 14 novembre 2016).

L’innovazione tecnologica prodotta dalla rete ha amplificato questo cambiamento ponendo le basi per l’avvento di quel razzismo dell’intelligenza generatore dei nuovi mostri. L’incauto avventore internauta ha la sensazione di poter diventare un tuttologo con pochi click, così da creare quell’odio profondo nei politici. giornalisti e mestieranti dell’informazione membri di quell’élite che detiene il potere senza la capacità di controllarlo.

Lo scandalo e i colpi ad effetto diventano il magma tra il nazionalismo bianco, costituito spesso da piccoli bianchi declassati e il razzismo dell’intelligenza contro l’establishment e la stampa definita da Donald Trump “contorta, corrotta e disonesta”.

In Italia, Beppe Grillo ha tratto dalle elezioni statunitensi una lezione confortante per sé e per il suo partito: ” Dicono che siamo sessisti, omofobi, demagoghi e populisti. Non realizzano il fatto che milioni di persone non leggono più i loro giornali e non guardano più le loro televisioni.” (The international New York Times, 14 novembre 2016)

In tempi non sospetti, Grillo aveva citato anche Lenin affermando che “anche una cuoca può diventare ministro del Bilancio”.

Durante la Guerra Fredda, uno storico, di cui non ricordo il nome, diceva che quando all’Unione Sovietica veniva il raffreddore alla Bulgaria veniva la febbre.

Questo genere di diagnosi può essere fatta, senza nessuna blasfemia storica, anche per gli Stati Uniti e l’Italia. La febbre da Trumpismo ha già prodotto i suoi primi effetti nella penisola, ma potrebbe creare nuovi mostri dalle intenzioni non ancora ben delimitate, ma con una buona attitudine al ballo…il Ballo degli Asini!

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Autore dell'articolo: Gianlu Pox