Venticinque anni dalla fine dell’Unione Sovietica scomparsa per una Overdose di Debito

Tra il 26 e il 27 dicembre 1991, la Terra dei Soviet dopo 69 anni crolla portandosi con se anche il suo modello di progresso economico e sociale. La rivoluzione bolscevica conclude la sua storia anche a causa delle contaminazioni capitalistiche e dall’immane debito che ha contratto con l’Occidente.

Un debito impossibile da recuperare senza la resa totale del suo sistema socialista. Il capo del “governo provvisorio” sovietico, Ivan Silaev, nel novembre di quello stesso anno rassicurava:

L’ Unione Sovietica è solvibile, entro dieci giorni il problema del pagamento del debito estero sarà risolto “positivamente”.

I paesi dell’Europa orientale comunista furono generalmente orientate alle importazioni (in altre parole ai “debiti”) per arginare la caduta dei tassi di sviluppo alla fine degli anni Settanta. La tecnologia straniera fu considerata un surrogato della necessaria e indispensabile riforma economica, più che elemento indispensabile alla ripresa economica e allo sviluppo.

Il loro debito estero passò dai 24,5 miliardi di dollari del 1975 ai 99,7 del 1990. Per quanto riguarda la madrepatria sovietica, i conti in rosso dai 10,1 miliardi del 1975 diventarono 52,4 nel 1990.

Il blocco comunista veniva avvelenato da un’essenza emanata dal capitalismo d’oltre cortina.  La fine del sogno del socialismo reale coincide con l’esplosione del debito pubblico dei paesi occidentali che iniziarono ad interrogarsi sulla necessità di adottare una buona e sana tossicodipendenza di questa pesante droga capitalistica.

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Autore dell'articolo: Gianlu Pox