Referendumania. Plebisciti in Europa

Marco Pannella era un politico italiano che credeva nella democrazia diretta. Gli ultimi anni della sua vita hanno coinciso con una sorta di referendumania esplosa in Europa, dove molte nazioni hanno incrementato il ricorso a questa forma di consultazione popolare su temi che avrebbero potuto scuotere nuovamente l’ardire del vecchio, ma pur sempre valido, Pannella.

Oltre a Stati che ricorrono molto spesso alla via referendaria come Svizzera e Liechtstein, anche altri  hanno intrapreso l’ostica e dispendiosa strada di questo istituto giuridico elettorale.

Esistono diversi tipi di referendum (dal latino ad referendum “convocazione per riferire”): consultivo, abrogativo, confermativo, deliberativo e propositivo. Esiste anche il referendum sull’Indipendenza, come quello a cui sono stati sottoposti i cittadini scozzesi nel 2014 (leggi l’articolo – Se la Scozia vota YES).La volontà popolare si oppose all’indipendenza e la Scozia rimase parte integrante del Regno Unito. Da quella consultazione, che sottaceva un interesse politico ed emotivo molto lungimirante e importante, è aumentata la partecipazione alla “cosa pubblica” nel Regno Unito, specialmente in Scozia dove il partito indipendentista scozzese, nonostante la sconfitta, ha quadruplicato i voti da 25.000 a 100.000, un incremento in parte dovuto all’aumento dell’affluenza alle urne.

Anche l’Irlanda è stata colpita dalla referendumania e circa tre quinti della popolazione ha partecipato lo scorso anno alla votazione sui matrimoni gay, registrando un forte afflusso di espatriati che ritornavano per prenderne parte. Non parliamo del grande e famoso referendum greco, che è stato l’ultima forma di opposizione alle richieste dei creditori (Leggi l’articolo: La Grecia e la miserabile banalità del quesito del referendum).

Le consultazioni referendarie sono in netta ascesa. Il prossimo appuntamento è britannico. IN or OUT from UE sarebbe decisamente quello con le conseguenze geopolitiche più marcate in caso di una Brexit, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea (leggi l’articolo BREXIT. La Gran Bretagna e l’Articolo Infernale. David Cameron ha giocato molto del suo futuro politico sulla permanenza nell’istituzione continentale, nonostante la spaccatura nel suo partito. I contorni della consultazione popolare assumono nel Regno Unito quelli di un plebiscito pro o contro UE e pro o contro Cameron. Un mega evento dai risvolti internazionali storici qualora vincesse la volontà popolare di uscire dall’UE.

Altro tema toccato dai referendum, questa volta in Italia, sono le riforme costituzionali. Entro ottobre la penisola italica affronterà la consultazione elettorale sulla riforma di 55 articoli della costituzione. Un referendum confermativo dove anche qui viene giocata una fetta importante della carriera politica del premier Matteo Renzi. Un cambiamento epocale della carta fondamentale dello Stato dovrà essere sancito dalla sovranità popolare. Non rientra prettamente nel novero delle scelte geopolitiche, ma è comunque un evento pregno di referendumania, considerando che è il secondo appuntamento in un anno.

In Ungheria, il primo ministro Viktor Orban, pianifica un referendum contro lo schema di redistribuzione dei migranti programmato dall’Unione Europea.

Nei Paesi Bassi, che hanno già deciso il futuro europeo dell’Ucraina con un referendum (leggi l’articolo – Il futuro europeo dell’Ucraina in mano all’Olanda), gli attivisti si preparano ad una nuova consultazione popolare contro il TTIP (Trattato Transatlantico) tra Unione Europea e Stati Uniti e contro l’accordo sul commercio tra UE e Canada.

I sostenitori dei referendum difendono la scelta della democrazia diretta, perchè stimola il dibattito e aumenta la partecipazione. Giusto, ma non è solo però esercizio di impegno civico. Riflette anche un ampio senso di alienazione dalla politica e di rabbia dei comuni cittadini contro la classe dirigente. La vecchia classe partitica, per suo conto, perde terreno a scapito di movimenti populisti, principalmente anti – UE.

I governi derisi e attaccati trovano difficile sponda sull’opinione pubblica in alcune tematiche, mentre in altre trovano l’argine per i fiumi populisti. L’Unione Europea è il bersaglio più vulnerabile e più direttamente coinvolto.

I referendum vengono proposti spesso dalla attuale classe dirigente per contrastare l’avanzare del populismo. E’ il caso di quello britannico sul vivere o morire nell’UE.

Viktor Orban, in lotta contro la Commissione Europea e il suo piano per la redistribuzione dei migranti intende chiedere ai suoi cittadini:

“Siete d’accordo che l’Unione Europea dovrebbe avere il potere di imporre un insediamento obbligatorio di cittadini non ungheresi in Ungheria senza il consenso dell’Assemblea Nazionale Ungherese?”.

E’ proprio un quesito di una neutralità disarmante, difficile decidere!

Gli Euroscettici olandesi, forti della vittoria sul tema Ucraina e della nuova legge sull’indizione dei referendum che ha ridotto il numero di firme a 300 mila, tenta il colpo da maestro provando a bloccare il trattato Transatlantico.

La febbre referendaria pone diverse questioni. Una su tutte è quella legata alla difficoltà dei governi, visto il frequente ricorso a questo istituto giuridico elettorale, di prendere decisioni in politiche transnazionali. Solitamente, i trattati internazionali vengono firmati dai governi e ratificati dai parlamenti. Aggiungere i referendum alla complessità delle materie trattate complica ulteriormente l’iter decisionale.

Attualmente, è quasi impossibile prevedere come i 28 Stati andrebbero a ratificare un nuovo trattato di riforma dell’Unione Europea. Le esigue minoranze di piccoli paesi potrebbero essere capaci di ostacolare ogni politica europea.

Solo il 32% degli olandesi ha fermato il futuro dell’Ucraina che ha fatto una rivoluzione, iniziato una guerra e perso parti del territorio per il sogno europeo. L’Europa difficilmente può esistere come un’unione di Stati referendari. Inoltre, la teoria che il ricorso ai referendum aumenti l’impegno civile e la partecipazione è opinabile. La proliferazione dei referendum sembra essere inversamente proporzionale ai quorum, che sono caduti dal 71% del 1990 al 41% degli ultimi anni.

La democrazia diretta in Europa sembra essere buona per “materie” che non contano, come l’Eurovision song contest. Ma difficilmente è utile a guidare un paese, figuriamoci un continente.

Photo Credit by www.economist.com

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Autore dell'articolo: Gianlu Pox