Polonia, Ungheria e il Tesoro dei Rifugiati

E’ scioccante apprendere che una bellissima e ultra moderna clinica della Polonia Nord Occidentale abbia delle sale patinate e giardini reali, ma manchi di infermieri e operatori sanitari e, a causa di questa scarsità di forza lavoro, può offrire solo 236 miseri posti letto a fronte di un investimento di 16 milioni di euro.

La Polonia ha 5 infermieri per 1.000 abitanti contro i 13 della Germania. Di questi, solo l’1% ha meno di 25 anni e il 29% andrà in pensione entro il 2022, inoltre la media dei dottori specialisti è di 55 anni.

In Ungheria, la crisi del sistema sanitario è ancora peggiore. Il 40% dei dottori hanno oltre 60 anni e più di 200 strutture sanitarie non hanno proprio medici e sono prevalentemente locate nelle zone più povere delle regioni del nord e dell’est.

Al Almasi Balogh Pal Hospital in Ozd, cittadina ungherese, 55 dottori lavorano non stop per servire una città di 80 mila persone. Un direttore di ospedale pubblicizza i posti vacanti, ma non riceve risposta.

Il ministro polacco del lavoro ha identificato una vistosa carenza di manovali nell’edilizia e braccianti nell’agricoltura. Il ministro dell’economia ungherese conferma la necessità di carpentieri, commessi, giardinieri e panettieri. La Polonia già importa migliaia di lavoratori stagionali dalla vicina Ucraina.

L’economia della Polonia e dell’Ungheria viaggerà rispettivamente con un +2,8% e 3,3%, ma non possono fare meglio a causa dei problemi relativi al loro mercato del lavoro. Inoltre, il salario medio è il 68% di quello della media europea.

Siamo al paradosso. I più accesi paesi contro le quote sui rifugiati sono quelli che più avrebbero bisogno. E’ vero anche, a giustificazione delle chiusure di questi Stati, che non esistono dati affidabili sul potenziale lavorativo di questi migranti sebbene siano presenti segni evidenti che i siriani, di gran lunga il gruppo etnico maggioritario, siano relativamente ben istruiti. Molti dottori siriani sono stati in università sovietiche e parlano un fluente russo.

Alla stazione di Budapest, in pochi minuti un corrispondente del The Economist, settimanale britannico, ha intervistato un ingegnere meccanico, un avvocato e un professore di educazione fisica siriani parlanti un ottimo inglese.

Ecco il tesoro dei rifugiati che potrebbe davvero arricchire questi due paesi carenti di manodopera e personale qualificato. La cecità dei governanti sull’illogicità economica della chiusura delle frontiere ostacola questo processo misto a misericordia e provvidenza che potrebbe dare nuova linfa alle attività produttive. Un sommovimento geopolitico  – economico da non rinchiudere con il filo spinato.

Polonia e Ungheria sono contro a qualsiasi forma di solidarietà europea per i rifugiati che scavalcano il muro della fortezza continentale. Hanno un tesoro di fronte a loro, ma forse sono davvero troppo ciechi per poterlo ammirare.

Non è ancora troppo tardi anche se il treno … non aspetta.

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Autore dell'articolo: Gianlu Pox