Il Partito Pirata all’arrembaggio dell’establishment islandese

PREMESSA – L’ultima crisi politica islandese è scoppiata in aprile, quando il primo ministro Sigmundur Davíð Gunnlaugsson è stato costretto a dimettersi dopo che il suo nome e quello di sua moglie sono apparsi nei Panama Papers (ne avevamo parlato qui). Gunnlaugsson e sua moglie Anna Sigurlaug Pálsdóttir avevano usato lo studio legale panamense Mossack Fonseca per costituire una società offshore, Wintris, nelle Isole Vergini Britanniche, paradiso fiscale internazionale.

L'immagine gif pubblicata sul profilo Twitter di Edward Snowden
L’immagine gif pubblicata sul profilo Twitter di Edward Snowden.

L’elettorato islandese si è sentito oltraggiato dalla rivelazione, protestando in grandi numeri a Reykjavik. Quando una troupe televisiva lo ha affrontato all’inizio di quest’anno, Gunnlaugsson è parso così addolorato che Edward Snowden ha twittato una gif a riguardo.

Questa crisi ha naturalmente innalzato la popolarità di un partito anti-establishment, il Partito Pirata. Per molti islandesi, dopo il disastroso crollo bancario del 2008, che aveva portato all’elezione di Jon Gnarr (professione: comico e attore) a sindaco di Reykjavik , la diffusione dei Panama Papers e il successivo scandalo sono stati l’ultima goccia.

Il Partito Pirata, che dopo le elezioni di sabato prossimo rischia seriamente di formare il prossimo governo in Islanda, si differenzia dagli altri perché promuove la democrazia diretta (veramente attuabile in una nazione con 320mila abitanti – Rousseau docet), la totale trasparenza del governo e la depenalizzazione delle droghe.

Jon Gnarr, sindaco di Reykjavik fino al 2014.
Jon Gnarr, sindaco di Reykjavik fino al 2014.

Questo partito radicale, fondato da attivisti e hacker (fra le loro proposte anche l’uso dei bitcoin come valuta corrente) quattro anni fa come parte di un movimento internazionale anti-copyright, ha ottenuto il 5% dei voti nelle elezioni 2013, vincendo tre seggi su 63 nel parlamento islandese, l’Althingi. Il primo disegno di legge in assoluto proposto dal Pirate Party, allora, fu sulla concessione dell’asilo politico a Edward Snowden.

Questa volta, gli analisti dicono che i Pirati potrebbero vincere tra i 18 e i 20 posti a sedere. A quel punto sarebbero in pole position per formare un governo a capo di un’ampia alleanza progressista dei partiti attualmente all’opposizione.

Leader e figura di spicco del partito è Birgitta Jónsdóttir, una femminista 49enne, poeta, artista ed ex collaboratrice di Wikileaks. La Jónsdóttir dice che non ha l’ambizione di essere il primo ministro,vista la struttura orizzontale del Partito Pirata. Piuttosto, vuole spazzare via quello che lei chiama “il disfunzionale sistema islandese”.

“La gente in Islanda è malata di corruzione e nepotismo”, ha detto, paragonando l’Islanda a una versione fredda della Sicilia (magari la Sicilia fosse una versione calda dell’Islanda, ndr), governata da un paio di “famiglie mafiose” più i loro amici, un sistema da lei soprannominato, con poca fantasia, “La Piovra”.

Birgitta Jónsdóttir ha attirato l’attenzione internazionale nel 2010, quando ha lavorato con Julian Assange in un video che ha mostrato piloti di elicotteri americani uccidere due giornalisti della Reuters per le strade di Baghdad.

Del suo movimento politico, la Jónsdóttir dice: “Noi non ci definiamo come destra o sinistra, ma piuttosto come un partito che si concentra sui sistemi. In altre parole, ci consideriamo gli hacker dei nostri attuali sistemi obsoleti di governo“.

Birgitta Jónsdóttir
Birgitta Jónsdóttir, leader del Partito Pirata islandese

Questo messaggio anti-establishment ha risuonato in vaste aree della popolazione islandese, specialmente fra i giovani. Lunedi la Jónsdóttir e due colleghi di partito hanno preso parte a un AMA, cioè “ask me anything“, su Reddit. In questa occasione gli argomenti trattati sono stati i più disparati, fra i quali l’eventuale referendum popolare per uscire dall’UE, le quote pesca, la caccia alle balene, il cambiamento climatico e il nome del partito stesso.

“Siamo chiamati il Partito Pirata in riferimento ad un movimento globale di partiti pirata che sono saltati fuori negli ultimi dieci anni”, ha spiegato il candidato parlamentare Smári McCarthy. “Nonostante il nostro nome, siamo presi abbastanza sul serio in Islanda, in particolare a causa della nostra aggressiva posizione anti-corruzione, e del nostro lavoro a favore della trasparenza”.

Il Partito Pirata ha escluso ogni possibilità di formare una coalizione con uno degli attuali due partiti di governo (di centro-destra). Una eventuale alleanza pre-elettorale sarà sottoscritta solo con i partiti che ne condivideranno l’agenda.

Costruito sulla convinzione che le nuove tecnologie possano contribuire a promuovere l’impegno civico e la trasparenza e la responsabilità del governo, il Partito Pirata è a favore del “diritto illimitato” dei cittadini all’essere coinvolti nel processo decisionale politico.

A differenza di altri partiti anti-establishment, i pirati hanno chiarito di non avere intenzione di fare nulla che possa turbare l’economia. È questa la vera caratteristica che contraddistingue il Partito Pirata e gli altri partiti europei di anti-politica: sono gli unici che potrebbero essere veramente pronti a governare, ma soprattutto scelgono di non servirsi di disinformazione e populismo becero, ma vogliono elettori che siano in grado di proporre una nuova legislazione e decidere su di essa con referendum nazionali. In poche parole, elettori che siano responsabili e ben consapevoli delle materie sulle quali devono decidere. E questo, francamente, non mi sembra solo indice di una buona politica, ma soprattutto di una buona società democratica.

iceland pirate party 

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Autore dell'articolo: Andrea Gozzi