L’ Italia e la verità sull’ Euro

L’Euro, la moneta unica ha un’attrazione fatale per i paesi dell’Unione Europea che ha presumibilmente portato sul bordo della bancarotta. In Grecia, Spagna, Portogallo, Cipro e Irlanda, la moneta unica ha il supporto della maggioranza della popolazione nonostante i programmi lacrime e sangue messi in atto dal European Stability Mechanism (Meccanismo di stabilità europeo).

L’unico paese dell’Unione Europea in cui un dibattito sull’uscita dalla moneta unica ha preso piede è l’ Italia. I sondaggi identificano come l’uscita dall’ Euro la risoluzione di tutti i mali.

Lega Nord, Movimento 5 Stelle come anche Forza Italia stanno conducendo una battaglia senza precedenti contro la moneta unica per cercare di attrarre consenso sfruttando questo elemento di propaganda.

Ma davvero tutti i mali arrivano dall’ Euro e dal suo tasso di cambio? E’ possibile offrire più spiegazioni a questo malefico trend.

  • Il Boom del Credito

Gli italiani hanno sofferto più degli altri paesi europei del sud. L’ Italia non ha beneficiato del boom del credito dell’ultimo decennio, non ha sperimentato la sorprendente impennata dei prezzi delle case, non ha visto la frenesia di investimenti in infrastrutture e soprattutto non ha goduto dell’abbondante flusso di soldi proveniente dai paesi europei settentrionali.

Le persone non hanno accresciuto la loro ricchezza in questi anni. L’economia è rimasta stagnante dal 1999, anno di adozione dell’ Euro. La Spagna ha avuto il disastro dopo il boom. L’ Italia ha avuto il disastro dopo il disastro.

  • Austerità

L’ Italia al contrario della Grecia e della Spagna, ha fatto affidamento sull’austerità, come il solo strumento per aggiustare la disastrata economia. Il deficit / PIL italiano del 2013 è stato del 3,0 %. In Francia era del 4,3 %; in Spagna del 7,1 %; in Grecia del 13,1 %. L’ Italia è stata un buon studente per Bruxelles e ha davvero fatto i compiti a casa.

I calcoli di riduzione con questo basso deficit e con il ritorno della crescita sono stati fatti correttamente, ma nel lungo termine producono l’effetto del martire in nome di una religione dai contorni incerti. La Spagna ha avviato serie riforme del mercato del lavoro e un ampio piano di privatizzazioni per abbattere il deficit.

Questi provvedimenti descritti a grandi linee non sono altro che riforme strutturali necessarie anche per il sistema italiano, più dell’adozione delle misure di ordine dei conti pubblici.

Questo aspetto è molto poco reclamizzato e dibattuto anche se essenziale per comprendere alcuni mutamenti globali che hanno interessato l’industria italiana.

Se intendiamo capire alcuni aspetti del rapido declino dell’economia reale del mondo occidentale nel suo complesso dovremmo proprio andare a comprendere il fenomeno Cina a partire dall’ 11 dicembre 2001, giorno in cui il gigante estremo orientale è entrato nel WTO, nell’organizzazione del commercio del Pianeta Terra. Insieme ai cinesi hanno fatto il loro ingresso anche Golia manifatturieri come l’India e macchine da cucire planetarie come Pakistan e Bangladesh.

Chi sostiene che la sovranità monetaria e le svalutazioni competitive avrebbero salvato l’industria manifatturiera italiana, raglia come un somaro.

La Lira italiana ha subito 8 svalutazioni dalla fine degli Accordi di Bretton Woods (fine del sistema Dollar Exchange Standard all’inizi del 1973) al momento della sua entrata nell’ Euro del 1999.

Anche se avessero continuato a svalutare, le autorità della Banca d’ Italia e i dirigenti politici del Tesoro italiano non sarebbero stati in grado di mettere in piedi un tasso di cambio valutario in grado di gareggiare con le monete di Cina, India o degli altri paesi emergenti altamente più competitive della Lira italiana.

  • Mancanza di convergenza europea

I vari governi italiani e dell’Unione Europea hanno disatteso lo spirito dell’UE. I Trattati di Maastricht firmati nel lontano 1992 individuarono tre pilastri fondamentali (mercato unico europeo, Politica estera e sicurezza comune, Cooperazione giudiziaria e di polizia in materia penale). Andando al di là delle parole, il focus d’indirizzo era incentrato sull’incentivo all’integrazione.

Serie politiche comuni non sono state intraprese riguardo alla mobilità del lavoro e alla qualificazione del capitale umano; al sistema di legalità e regole europee microeconomiche; azioni intraprese per creare una mutualità del debito pubblico (i cosiddetti Eurobond proposti dal berlusconiano Tremonti e ora sbandierati con molta veemenza dal Movimento 5 Stelle).

L’Unione Europea manca di convergenza integrativa e l’ Italia, nell’ultimo decennio, ha subito l’effetto nefasto  del non perseguimento di questo aspetto. Una maggiore integrazione avrebbe creato un mercato forte per una moneta forte.

  • I ritardi dei pagamenti

Un aspetto anche questo poco reclamizzato è quello dei “cattivi” debiti europei ovvero di quei 360 miliardi di euro fatturati e pagati con ritardi abissali che spremono il commercio del Vecchio Continente.

L’Italia insieme a Irlanda, Slovenia, Portogallo e Grecia detiene la maglia nera dei pagamenti oltre i 28 giorni.

Sono davanti al “Bel Paese” paesi come la Bosnia, Romania, Bulgaria e Lituania secondo Intrum Justitia European Payment Index (EPI) che pagano tra i 15 e i 28 giorni.

Euro o non Euro le cattive abitudini si pagano a livello nazionale a prescindere dalla valuta che viene adottata.

Il “pigro” e scontato argomento che tutti i mali provengono dal tasso di cambio della valuta comune denominata Euro, non ha un senso.

La globalizzazione ha portato nuovi compratori per le auto di lusso tedesche , ma per l’ Italia principalmente ha portato molti più “competitori”. Possiamo dire che ha portato degli “shock asimmetrici” di difficile definizione.

Ridurre una campagna elettorale su Euro o non Euro è di per se molto riduttivo e offensivo. L’elettorato italiano deve conoscere come le forze politiche intendono far funzionare l’Euro per l’ Italia, non come far funzionare l’ Italia senza Euro.

Questa è la vera grande sfida.

Foto credit by www.iltabloid.it

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Autore dell'articolo: Gianlu Pox