In nome della democrazia

Fin dall’anno della Bill of Rights del 1639 una logica ha segnato l’attribuzione dei diritti. Il tributo allo Stato. I contribuenti o taxpayers, fruitori dei diritti, erano anche i maggiori azionisti britannici. Un trend che sarà incamerato dai maggiori esponenti del dispotismo illuminato, della Rivoluzione francese e delle lotte sui diritti sociali e politici. Il cittadino in quanto persona fisica e le imprese in quanto persona giuridica dovevano adempiere ai loro obblighi di cessione di parte dei loro reddito affinché lo Stato potesse loro garantire il rispetto della legge sovrana.

Churchill affermava che tutti smettevano di essere patriottici quando si trattava di pagare le tasse. Vero. Nessun cittadino al mondo è contento di pagare le tasse. Soltanto che il benessere passa anche da questa cessione e fortunatamente chi ha di più dovrebbe, è opinione comune, contribuire di più seguendo un auspicio che è quello del buongoverno e del buon funzionamento dello Stato. Fin dal buono e il cattivo governo di Ambrogio Lorenzetti disegnato in un corridoio del Palazzo Comunale di Siena, il funzionario dello Stato conosceva le dinamiche, della cosa pubblica e della furia del popolo qualora non avesse fatto un buon lavoro.

Cittadino e Stato un tutt’uno collegato dall’opera dei tributi e dalla garanzia dei diritti. Il Principe di Machiavelli lo sapeva, il Leviatano di Hobbes ne confermava l’impatto sociale, Keynes, collegandolo alla spesa pubblica, ne fece un caposaldo del suo Welfare State.

Questo binomio inscidibile divenne ancor più forte con il New Deal Roosveltiano, quell’applicazione pratica dell’interventismo dello Stato. Tutti i diritti, anche quelli sociali, furono cosi collegati al pagamento dei tributi.

Le democrazie mature del dopoguerra per poter concorrere militarmente e civilmente con le altre abbisognavano di questo binomio. Tutto era in nome dei contribuenti, azionisti dello Stato, e La consapevolezza di assicurare il benessere e il consenso traspariva in ogni politica economica del dopoguerra.

Ciò che prima era pensato come un mero protettore dei diritti, lo Stato “democratico” assumeva dei contorni materni e si proponeva di garantire un benessere diffuso alla sua merce più preziosa, i contribuenti. Dal canto loro gli azionisti erano lieti, ma non felici, di contribuire a questa logica.

Nelle democrazie mature dicevo. Possiamo definire l’Italia del secondo dopoguerra una democrazia matura? Assolutamente no.

Quindi una condizione mancava al popolo italiano affinché la disciplina e il senso dello Stato pervadesse e si sviluppasse all’interno delle menti degli italiani. La consapevolezza della democrazia.

La partecipazione democratica avveniva in Italia in uno scontro di civiltà. I buoni contro i cattivi. Da quando Churchill, Roosvelt e Stalin a Yalta decisero le zone d’influenza, l’Italia aveva una sovranità limitata. La logica dei due blocchi contrapposti che in Italia vedeva la sua massima espressione europea aveva fatto si che tutto poteva essere concesso a coloro che salvano la nazione dall’avvento dei “cattivi”.

Quindi quando gli ufficiali alleati capirono che per catturare la classe massonica e dirigente dell’Italia, l’unico modo era non fargli pagare le tasse, gli occupanti a stelle strisce sopperirono a tale mancanza assicurando prestiti e indottrinando la classe dirigente italiana, di chiara origine “divina”(Governo democristiano), ad usare massicciamente la finanza statale.

In cuor loro sapevano che avallare questa pratica era meschino e ignobile, ma d’altronde cosa si poteva pretendere da un popolo che aveva avallato il fascismo e adottato le leggi razziali?
Gli Alleati sapevano che la scelta era tra escrementi freddi e escrementi un pochino più tiepidini. Scelsero i più tiepidini. Così la democrazia incompiuta italiana muoveva i primi passi con il suo partito unico, con un opposizione di sistema e soprattuto con un senso dello Stato del tipo Jack lo Squartatore di fronte ad una nube di giovani vergini.

Ma non è tutto così cupo.
Dopotutto stiamo parlando dell’Italia, il paese della Mafia ovvero di quell’istituzione nata dalla lontananza e dalla mancanza dello Stato, così bene radicata tanto da formare un vero e proprio Stato parallelo con tanto di tributi (il pizzo) e di diritti (il diritto all’onore).

Dopotutto stiamo parlando di un popolo che è stato diviso per molti secoli. Dove il campanilismo e la località sono sempre stati forti nella mente del popolo della penisola. Lo Stato centrale anche dopo l’unificazione era troppo lontano, non solo geograficamente, ma anche e soprattutto psicologicamente. Perchè pagare qualcuno che stava a Roma, che c’azzecava direbbe qualcuno.

Dopotutto stiamo parlando di un Italia divisa ideologicamente dove una parte considerevole della popolazione non si riconosceva nello Stato italiano. Era lo Stato borghese da abbattere con la Rivoluzione. Non importava se seguire Mao o Lenin e il suo Stato e Rivoluzione, l’importante era abbatterlo. Perchè pagare dunque qualcosa che non mi rappresenta?

Dopotutto stiamo parlando di uno Stato quello italiano, nato dall’unificazione di tanti piccoli staterelli soggetti per secoli a dominazione o protettorato straniero (austriaci, spagnoli e la Chiesa). Dove avere il senso dello Stato e pagare i tributi era percepito come essere “collaborazionisti” del nemico. Perchè finanziare l’occupante straniero pagando le tasse?

Tutto quello che poteva sembrare assurdo, in Italia era la regola. Volere diritti, ma senza pagare un soldo. Gli Alleati se ne fecero una ragione, l’Italia era storicamente e psicologicamente un paese senza il senso dello Stato. Uno Stato a “condono democratico” si potrebbe dire. Meglio però di un paese comunista.

Inutile dire…Thank you America, We love you.

 

 

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Autore dell'articolo: Gianlu Pox