Crisi e Opportunità. Brexit e il Braccio di Ferro sulle Banche dell’ Italia

Lo shock per la Brexit è stato severo sul Tamigi tanto quanto sul Tevere. L’ Italia è il paese che ha sofferto di più dall’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

La colpa è questa volta del sistema bancario italiano e di quei crediti deteriorati chiamati “sofferenze” che ammontano a 360 miliardi di euro corrispondenti al 18%  dei prestiti bancari nonchè il doppio del 2011, anno di inizio della turbolenza sui mercati europei. Quei cattivi debiti che gli altri paesi, come la Spagna, hanno comprato con gli aiuti pubblici quando, sull’onda della crisi finanziaria, si potevano comprare creando le sedicenti Bad Bank.

Il governo italiano non intervenne perchè apparentemente credeva nel mercato e nella possibilità che tutto fosse riappacificato dalla Mano invisibile. La storia narra invece un altro triste epilogo che vede sulla scia della Brexit la perdita del 30% di Unicredit, la più grande banca italiana e di Intesa Sanpaolo, la seconda.

La più incasinata resta sempre la terza banca della penisola e la più antica del mondo, la Monte dei Paschi di Siena (MPS), che dall’anno della sua nascita, il 1472, ne ha visti di periodacci ma, credo mai come questo. Una sua azione vale meno di un euro (€ 0,30) e questo significa in soldoni che prima della crisi valeva sette miliardi di euro adesso ne vale appena mezzo.

Inoltre c’è molta agitazione per i risultati degli stress test della BCE sui 51 istituti europei tra cui Monte dei Paschi che saranno resi pubblici il 29 di luglio. MPS è una delle 9 banche italiane che hanno fallito l’analisi nel 2014 con l’ammonimento e l’indicazione di curarsi con fusioni, chiusure filiali e aumenti di capitali .

L’incubo di una nuova turbolenza per l’eurozona potrebbe essere alle porte e questa volta la colpa è dei debiti delle banche italiane. Renzi è in trattativa con i partner, principalmente con Angela Merkel, per riuscire ad ammorbidire la politica del NO agli aiuti di Stato che turberebbero la concorrenza. L’UE ha perentoriamente indicato che la possibilità di intervento pubblico nell’economia fosse abbinato alla perdita di almeno dell’8% del capitale.

L’idea è quella di togliere i “cattivi debiti” e ricapitalizzare usando l’aiutino statale se necessario senza toccare i 60 mila piccoli risparmiatori che la politica dell’UE dell’almeno 8% lederebbero, con conseguente perdita di consenso da parte del governo.

La tematica è complessa e potrebbe essere annoiante; basta semplicemente dire che gli istituti italiani come MPS hanno un’alta percentuale di questi cattivi debiti in mano ai correntisti ordinari. Il Fondo Atlante privato, istituito dalle banche italiane in aprile, non basta da solo e servirà l’aiuto della repubblica italiana per salvare il salvabile.

La risposta ai problemi delle banche dell’ Italia sembra essere quello di coinvolgere più capitale, non importa da dove arrivi e più vendita di azioni, più sottoscrizioni e consolidamento dei piccoli istituti.

Nel frattempo il Financial Times, quotidiano finanziario della City londinese, titola: “In Italia più filiali che pizzerie“. Indovinate quale ricetta propone?

Foto credit by The Economist

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Autore dell'articolo: Gianlu Pox