Brexit. La Gran Bretagna e l’Articolo infernale

Il 23 giugno si terrà il referendum sul futuro europeo della Gran Bretagna. Intendo seguire questo appuntamento storico descrivendolo in più parti. La scelta su cui si pronunceranno i cittadini britannici non ha eguali nella storia dell’Unione Europea. E’ doveroso cominciare sulle eventuali conseguenze di una Brexit, l’uscita della Gran Bretagna, sotto la lente del diritto dell’ Unione Europea.

Non ci sono precedenti di dipartita dal club eccetto che per la Groenlandia. Il paese artico abbandonò la comunità europea nel 1985, ma rimane sempre una “dependance” della Danimarca che è ancora membro dell’UE. L’uscita fu indolore e senza conseguenze vista la marginalità dello Stato.

Il presupposto, confermato anche dal primo ministro David Cameron, è che l’eventualità di una Brexit detonerebbe l’applicazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona.

Questa disposizione permette che l’UE possa negoziare un nuovo accordo con il paese richiedente il recesso dagli accordi entro il termine dei due anni.

Fino a qui tutto bene per i britannici. L’articolo però specifica che quando l’UE agisce con un nuovo accordo dopo la rescissione, lo fa unilateralmente.

In parole più semplici e “familiari” è come se un uomo o una donna richiedessero il divorzio e i termini dell’accordo fossero decisi unilateralmente dalla parte che lo subisse. Questo è l’incentivo per i paesi membri a non attuare una rescissione. E’ inoltre un modo di non agire con generosità qualora di verificasse il desiderio di distaccamento.

L’Unione Europea crea avvertimenti per tutti quei movimenti populisti in nome di un dolore ancor più acceso se qualcuno di loro vincesse provando così ad uscire dal club.

Cameron ha provato ad indire il referendum per confermare il suo consenso elettorale. I sondaggi sono sfavorevoli per il momento e comincia a perdere pezzi importanti della sua maggioranza a favore di Brexit. Sei dei suoi membri del gabinetto governativo hanno abbandonato il filo – europeismo compresi il ministro del lavoro e delle pensioni, Iain Duncan Smith e il sottosegretario alla giustizia e amico intimo del primo ministro, Michael Gove. La spinta maggiore alle istanze di uscita viene però da Boris Johnson, sindaco di Londra nonchè possibile futuro leader dei Tories.

Il patto di “vivi e lascia vivere” concluso con i burocrati di Bruxelles potrebbe non bastare e lo special status britannico rischia di sortire solo l’effetto di far arrabbiare gli altri 27 Stati membri.

Il doppio binario della politica europea di Cameron sorregge due treni lanciati ad alta velocità l’uno contro l’altro. Il primo della maggiore partecipazione degli Stati fuori dall’Euro nelle decisioni dell’Unione Europea è stato accordato da Bruxelles così la Gran Bretagna può contare di più come anche i paesi dell’est.

Nell’altra direzione va la decisione di tagliare i sussidi assistenziali ai migranti europei che vengono per la maggior parte dalla parte orientale del continente contravvenendo allo status di eguaglianza dei cittadini dell’Unione Europea. Questa disposizione varrà anche nel caso delle quote migranti che, qualora fossero accettate, la Gran Bretagna potrebbe opporsi non offrendo così ospitalità ai rifugiati.

Nel caso di Brexit chissà come l’UE si comporterà con i due milioni di britannici residenti nell’Unione, visto che avrà questa volta il coltello dalla parte del manico?

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Autore dell'articolo: Gianlu Pox