Arsenali e Protagonisti per una Guerra Valutaria

Voglio una moneta debole, siiiii, voglio una moneta debole si si,che porti in giro per il mondo i miei prodotti e li faccia conoscere a tutti

Potrebbe essere il testo di una canzone. Tutti la desiderano segretamente. Dalla fine del sistema di Bretton Woods (1946 – 1971) dove i tassi di cambio si ancoravano sul valore del dollaro indicizzato all’oro (al prezzo di 35 dollari l’oncia), avere una valuta debole è diventato un fattore di crescita economica. Capirlo è molto semplice.

Più la tua moneta costa meno, più i tuoi prodotti costano meno. Il problema? Il gioco è a somma zero, ovvero se qualcuno si svaluta, qualcun’altro si rivaluta e così via.

Con questo meccanismo di “vasi comunicanti”, un risultato auspicabile è di avere solo frizioni tra gli stati che rientrano nel novero dei comportamenti del mercato valutario. Caso grave è quando questi ultimi sfociano in logiche del mercato, perverse e egoistiche tanto da creare un clima di vera e propria “guerra valutaria”.

Già dalla fine dei controlli sui cambi sulle operazioni commerciali di alcuni paesi Ocse, che di fatto rendevano già da allora, era il 1958, obsoleto il sistema creato dopo la seconda guerra mondiale, i paesi si fronteggiano sulle valute.

La fine unilaterale USA, della convertibilità del dollaro con il dollaro, provocò la svalutazione della moneta statunitense e il le valute mondiali cominciarono fluttuare, dopate di volta in volta dalle banche per orientare il tasso di cambio.

Variazioni “sporche” non più possibili con la liberalizzazione mondiale del mercato. Solo paesi emergenti, continuano a limitare i movimenti di capitali e conservano ancora un minimo di controllo sul loro tasso di cambio, ma in indebolimento per le cause già menzionate.

If currency war has to be, proviamo ad individuare protagonisti e ovviamente gli “arsenali”.

Protagonisti da una parte, i principali paesi sviluppati dell’Ocse, Giappone e Stati Uniti in testa, afflitti da una crescita anemica (meno del 2,5% all’anno).

Dall’altro, i cosiddetti paesi emergenti, che godono di una crescita economica compresa tra il 5 ed il 10% all’anno, al primo posto dei quali la Cina, protagonista nel bene e nel male perchè centro d’attrazione di rabbia per i suoi maggiori partner commerciali.

All’interno di queste due macro si distinguono due sottogruppi: gli stati sovraindebitati della zona euro (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna) e i principali paesi emergenti  (Brasile, Russia, India, Cina).

Regole del gioco La maggioranza dei paesi dell’Ocse dispone di un tasso di cambio “fluttuante” ovvero fluttuante sottoposto alle forze mercato senza interferenze della Banca centrale.

Nei paesi emergenti, questi tassi sono fortemente manipolati. La Cina ha definito le proprie regole. Stretto controllo del suo mercato dei cambi con un tasso fisso essenzialmente ancorato al dollaro e al suo valore nelle oscillazioni.

Arsenali le riserve in oro e in valuta permettono alle banche centrali di intervenire sul mercato dei cambi per rallentare il rincaro od il deprezzamento della loro moneta (rispettivamente acquistando o vendendo dollari).

Appunto Il dollaro rappresenta la principale divisa nelle riserve delle banche centrali, anche se l’euro è sempre più utilizzato. Nel secondo trimestre 2010, il 62,1% delle riserve dichiarate erano in dollari, il 26,4% in euro ed 3,31% in yen.

Tale arma è efficace quando i paesi mantengono un controllo almeno parziale sui cambi – come nel caso di paesi emergenti quali l’India e il Brasile.

Per i paesi senza controllo sui cambi (i principali membri dell’Ocse), l’intervento della banca centrale sui mercati dei cambi è spesso futile, poiché le riserve impiegate sono immediatamente smarrite nel vortice del mercato stesso.

Resta, infine, il quantitative easing, utilizzato nel 2009 dai laburisti nel Regno Unito e attualmente di moda negli Stati Uniti.

Si tratta di stampare banconote, pura e semplice creazione di moneta.  Sinteticamente e in modo spicciolo la Banca federale americana, acquistando obbligazioni di stato dalle banche commerciali, fornisce a queste ultime la liquidità necessaria a fare sì che esse possano, a loro volta, prestare denaro alle imprese. Inoltre questo meccanismo crea inflazione deprezzando la valuta.

In attesa che lo spettro della guerra di valute si attenui, ognuno impiega, senza preoccuparsi troppo degli altri, le poche armi di cui dispone ancora.

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Autore dell'articolo: Gianlu Pox