L’Asia e guai che porta la democrazia

I paesi che vivono nella dittatura spesso covano il desiderio di vivere nella democrazia perché pensano di poter ottenere il governo che vogliono. Quando finalmente raggiungono la democrazia, presto realizzano che la saliente peculiarità del sistema non è proprio quella desiderata.

Constatano che il maggior consenso e il maggior numero di voti ottengono il governo mentre gli oppositori , coloro che non vogliono quel governo, aspettano fino alle prossime elezioni per cacciarli dal potere.

Molti politici di queste giovani democrazie trovano difficile accettare l’alternanza quale essenza della democrazia. Così chi è al governo manipola le elezioni per essere sicuro di vincerle. Allo stesso modo l’opposizione rigetta la partecipazione alle elezioni perché pensa di perderle.

Per una combinazione di queste due ragioni, l’Asia sperimenta una vasta ondata di boicottaggi elettorali.

Le elezioni tenute il 5 gennaio scorso in Bangladesh hanno avuto una predeterminata conclusione, dopo che i partiti di opposizione hanno rifiutato di partecipare. La Awami League ha vinto prima che i seggi elettorali si aprissero visto che gli elettori del Bangladesh Nationalist Party sono rimasti a casa. In poche parole è stata una farsa.

Lo scorso novembre in Nepal 33 partiti hanno rifiutato di prendere parte alle elezioni per l’assemblea costituente. Tra questi spiccava il partito Maoista, una volta al potere, che ha promosso un boicottaggio attivo.  Nonostante questa minaccia di boicottaggio il 70% dei cittadini è andato a votare e per questo che i maoisti hanno soprannominato gli avventori cashisti (seguaci dei soldi).

In Tailandia il più vecchio partito politico, i Democratici, nonostante la lunga agitazione per la dissoluzione dell’attuale Parlamento boicottano le elezioni che si terranno il 2 febbraio. Una bella contraddizione.

In Cambogia e in Malesia, i partiti politici di opposizione  contestarono le elezioni dello scorso anno e tuttora rifiutano di accettare la sconfitta.

Una menzione speciale deve essere fatta per il piccolo Stato delle Maldive che annovera tra i suoi politici un possibile eroe democratico asiatico: Mohamed Nasheed del Partito Democratico delle Maldive.

Quest’uomo è stato presidente dal 2008 al 2012, succedendo a 30 anni di dittatura ed è stato rovesciato da un colpo di Stato. Nonostante ciò, ha partecipato alle elezioni dello scorso anno e ha accettato il perverso risultato elettorale  che lo vedeva sconfitto. “Ha un occhio a lungo raggio” dichiarava un suo consigliere.

Altri leader asiatici devono ancora realizzare che il vero marchio distintivo della democrazia, non è quante volte vinci le elezioni e prendi il potere. Ma piuttosto quante volte e come le perdi che determinano l’essenza della vita democratica.

Largo giudizio ai posteri.

Foto credit by arte-techne.blogspot.com

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Autore dell'articolo: Gianlu Pox