La Tratta dei Migranti tra Myanmar, Thailandia e Malesia

Nessuna rotta migratoria tra le prime 15 mondiali conduce verso i Paesi dell’Unione Europa, mentre molte di queste riguardano invece l’Asia e il Pacifico. A rivelarlo è il rapporto Onu sulle migrazioni internazionali, pubblicato in occasione della Giornata internazionale dei migranti 2017.

Nel mondo quindi circa 258 milioni di persone hanno lasciato il proprio paese di nascita per vivere in altre nazioni con un aumento del 49 per cento rispetto al 2000, quando erano 173 milioni, e del 18 per cento rispetto al 2010, quando si arrivava a 220 milioni.

I migranti del Mediterraneo non sono molto diversi da quelli che si lanciano alla deriva in Asia, tra il golfo del Bengala e il mare delle Andamane e gli Stati della Thailandia, Myanmar e Malesia. I numeri sono da Fortezza Europa.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNCHR) stima in 100.000 i profughi nel 2017 mentre 25.000 hanno preso il mare tra gennaio e marzo del 2018.

Circa la metà sono i cosiddetti migranti economici e sono perlopiù del Bangladesh. L’altra metà sono Rohngyas, la minoranza musulmana che ha avuto un posto d’onore nelle macabre cronache del 2018.

Questa minoranza che vive nella regione costiera di Rakhine in Myanmar è stata a lungo perseguitata perchè islamica e d’origine bengalese. Col suo milione e centomila persone, è il popolo senza terra più numeroso  dell’Asia.

I migranti pagano 2.000 dollari per un passaggio nei campi dei trafficanti in Thailandia per cercare un varco verso la Malesia, un “ricco” paese musulmano del sud est dell’ Asia.

Prima della stretta dei militari al potere in Thailandia, il viaggio più breve era via terra attraverso la frontiera terrestre: dal Myanmar, in Thailandia fino alla Malesia.  Con l’intensificarsi dei controlli il viaggio è diventato lungo e pericoloso via oceano.

Golfo del Bengala

Le carrette del mare navigano con a bordo in media 400 disperati e per la metà minori di 18 anni. Secondo il The Economist, Molti soccombono per malattia o per abusi subiti nei campi Thailandesi dove alcuni di essi spesso vengono detenuti fino a che le famiglie o amici non pagano il riscatto per la loro libertà. Altri finiscono come schiavi e forzati a lavorare nei pescherecci thailandesi. E’ molto difficile decifrare quanti morti ha prodotto il traffico.

L’Unione Europea ha minacciato di proibire l’importazione dei prodotti ittici a meno che la Thailandia non sradichi con maggiore convinzione la piaga della riduzione in schiavitù dei migranti.

La mancanza di un approccio comune sul tema ha acuito la spinosa questione. Bangladesh, Myanmar, Thailandia e Malesia dovrebbe aderire ad un piano per combattere il traffico che comprenda anche il pattugliamento delle coste.

In secondo luogo dovrebbero permettere alle agenzie delle Nazioni Unite come UNHCR di intervenire sul territorio con la logistica e i fondi di cui dispongono. La situazione è più che mai complicata considerando che ne la Malesia e ne la Thailandia (i paesi di approdo dei migranti) sono firmatari della convenzione di Ginevra del 1951 sui Rifugiati.

Altro aspetto dove i governi dovrebbero convergere è sull’aiuto umanitario e finanziario verso il Bangladesh e il Myanmar, paesi di partenza. Un supporto comune invece di puntare il dito contro i vicini.

La disperazione sembra essere figlia del mondo. Mediterraneo, Oceano Indiano o Pacifico siamo sempre sulla stessa barca chiamata Terra.

Foto – Credit by ujreview.com

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Autore dell'articolo: Gianlu Pox