Il Brasile e il Grande Tradimento

Il 17 aprile con 367 voti a favore e 137 contrari, il Congresso del Brasile delibera l’impechment nei confronti della presidente Dilma Rousseff a ventiquattro anni dall’ultimo che aveva visto deporre Fernando Collor, il primo presidente democratico eletto dopo la dittatura militare. Il voto arriva in un momento disperato per la nazione sudamericana. Il Brasile sta lottando contro la peggior recessione dagli anni Trenta. Il PIL è in caduta libera e l’inflazione e la disoccupazione hanno toccato entrambi il 10%.

Il fallimento non è solo di Dilma Rousseff. L’intera classe politica ha fatto naufragare il paese in un mare di corruzione e negligenza. I leader brasiliani non avranno indietro il rispetto dei cittadini o supereranno i problemi economici senza una completa pulizia di loro stessi.

Lo scandalo soprannominato Lava Jato (lavaggio auto) in cui viene rivelato il sistema di corruzione dietro la compagnia petrolifera statale Petrobras ha trascinato con se il presidente e molti altri politici. Dilma ha gridato al Colpo di Stato che a differenza di quello militare del 1964, a suo modo di vedere è stato ordito da pregiudizievoli media, giudici “selezionati e deputati compromessi.

Il suo ruolo nell’affaire ha avuto però delle conseguenze concrete nella macroeconomia brasiliana. La Rousseff ha truccato i conti celando l’alto deficit pubblico di cui il Brasile soffriva. Dilma diceva 2,4% mentre il FMI (Fondo Monetario Internazionale) dice 10,3%. Uno scarto enorme simile a quello che fu nascosto dalla Grecia nel 2010.

Il problema del dopo Dilma è tremendamente complicato. Il tribunale elettorale difficilmente scioglierà il Parlamento nonostante le vicende e i cittadini quindi non potranno cambiare la classe politica. Michel Temer il vice presidente che assumerà la reggenza probabilmente guiderà il paese fino alle elezioni previste per il 2018. La speranza è riposta nella memoria del popolo che non dovrà dimenticare cosa gli è accaduto e riversare la sua malaugurata esperienza nell’urna elettorale.

L’ordinamento politico brasiliano foraggia la corruzione. Un candidato per il parlamento federale deve fare campagna elettorale in un intero Stato. Parliamo di popolazioni enormi che in alcuni casi sfiorano i 40 milioni. La tangente è probabilmente insita nella sostenibilità di una campagna vincente.

Altro punto chiave è l’atomizzazione del sistema partitico. Con la costituzione del 1985 per intenderci è stato introdotto un sistema elettorale proporzionale senza soglie di sbarramento. Questo rende il panorama brasiliano dei partiti molto frammentato e vittima di ogni sorta di clientelismo. Il partito del presidente in ogni legislatura non ha collezionato più del 20% dei posti in parlamento. Ad esempio, Il Partito dei lavoratori della presidente Dilma Rousseff ha solamente 70 deputati su 513. Sembra essere una democrazia sotto il segno della minoranza che per legiferare ha avuto bisogno dal 1985 di coalizioni ampie e soggette a favoritismi di ogni genere.

In 13 anni di governo del Partito dei lavoratori capitanato prima da Lula e poi dall’attuale presidente, il paese ha goduto di un decennio di prosperità e di illuminate politiche sociali che hanno elevato milioni di persone povere ad essere dei “consumatori. Gli sbagli della Rousseff e il collasso morale del suo partito stanno adesso aiutando i brasiliani a diventare di nuovo cittadini. Non succederà velocemente, ma lo scandalo Lava Jato è stato una sorta di chemioterapia e ha dato una inestimabile educazione politica a tutti brasiliani.

(Visited 41 times, 1 visits today)

Autore dell'articolo: Gianlu Pox