America e la Lezione di Ferguson

38° Nord / 90° Ovest sono le coordinate geografiche della cittadina di Ferguson, sobborgo di Saint Louis, porta del Sud degli Stati Uniti d’ America, teatro delle rivolte scaturite dall’uccisione del diciottenne di colore Michael Brown ad opera del poliziotto bianco Darren Wilson avvenuta il 9 agosto scorso.

Da qui è partito il moto di protesta che da 15 giorni pone ancora molti interrogativi politici sulle relazioni razziali nell’ America del primo presidente Nero.

In breve, la storia denuncia due versioni contrastanti dell’uccisione di Brown. La polizia contesta l’aggressione del giovane nero per rubare l’arma al pubblico ufficiale bianco che ha risposto facendo fuoco con la pistola d’ordinanza; 

La famiglia, testimoni e amici della vittima, invece, descrivono l’uccisione come una sorta di “maldestra esecuzione” di Wilson che ha prima preso per il collo Brown e quando egli stava per arrendersi ha incominciato a sparare, freddandolo.

L’autopsia non ha chiarito nulla riguardo alla disputa, ma sono stati estratti sei proiettili dal corpo del giovane. La polizia, a suo pro, ha acquisito un filmato dove viene identificato Brown mentre compie una violenta rapina in un supermercato poco prima di essere ucciso. I parenti descrivono Michael come un gigante gentile (era alto un metro e 95 centimetri) incapace di compiere violenze.

Questa differente lettura degli attori ha prodotto un baratro razziale dove l’opinione pubblica americana viene spaccata in due. Il 65% degli afroamericani conferma la sproporzione della risposta della polizia, mentre solo il 33% dei bianchi è d’accordo con questa versione.

Il contesto della cittadina del Missouri è di per se già molto complesso pertanto non aiuta nel giudizio. Ferguson nel 1990 era abitata per il 75% da cittadini di pelle bianca. Nel 2010, venti anni dopo, il sobborgo “cambia pelle” e il 67% della popolazione diventa di colore.

Nonostante questo radicale cambiamento, la polizia è composta dal 95% di agenti bianchi. Una percentuale che “stona” nel panorama razziale di Ferguson.

Nel 2012, secondo l’ FBI, i poliziotti USA hanno ucciso “facendo fuoco” 409 persone. La controparte britannica non ha ucciso nessuno. La polizia tedesca, che “gira” armata a differenza del Bobby di Sua Maestà, ha colpito a morte 8 persone. In Giappone, un paese di 127 milioni di cittadini, è stata uccisa “solo” una persona in 6 anni.

In loro difesa potremmo scrivere che gli agenti americani affrontano maggiori rischi di quelli di altri paesi industrializzati vista la presenza nelle mani dei civili di circa 300 milioni di armi da fuoco. Tensione e preoccupazione per la propria vita rendono i poliziotti USA irritabili e nervosi con il grilletto probabilmente più facile.

Il sistema più sensato e tecnologicamente evoluto per evitare che gli agenti siano additati come criminali è l’uso di un caschetto con telecamera. Con questo dispositivo, il caso Brown, e altri come il suo, avrebbero una verità univoca e verosimilmente incontestabile.

Le rivolte spesso fuoriescono da un malessere sociale o da atti discriminatori palesi, ma portano con se risvolti economici di non poco conto. La violenza delle proteste sta uccidendo Ferguson – ha tuonato il titolare di un negozio di assicurazioni.

Le preoccupazioni sono fondate. Se continueranno i danneggiamenti e i saccheggi contro i negozi molti commercianti se ne andranno e piano piano Saint Louis potrebbe diventare come Newark o Detroit che dopo le rivolte del 1967 non hanno potuto rivivere l’antico splendore economico.

La lezione di Ferguson mostra la complessità del limbo della Razza, dell’insicurezza e del “grilletto facile” delle forze di polizia nei contesti di cambiamento sociale di numerose cittadine a stelle e strisce. Un caschetto con telecamera non basta, ma avrebbe potuto dare una verità, per una volta condivisa.

Hands up, dont’ shoot

Foto credit by www.chicagotribune.com

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Autore dell'articolo: Gianlu Pox